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A testimonianza di come Maria Adriana Prolo documentò qualsiasi aspetto della settima arte, la collezione di circa 9000 apparecchi e accessori racconta una storia dai confini molto ampi: si va dall’archeologia del cinema, alla storia della fotografia, a quella della registrazione e riproduzione sonora, fino alla storia del cinema vera e propria.

Pre-Cinema
Ombre cinesi, mondi niovi, scatole ottiche, vedute ottiche, lanterne magiche, vetri per lanterna magica, fenachistiscopi, taumatropi e prassinoscopi: sono i tanti dispositivi dai nomi affascinanti e talvolta bizzarri che popolano l’universo variegato dell’archeologia del cinema nel XVIII e XIX secolo.  Straordinariamente ricco, il patrimonio si compone prevalentemente di due collezioni: la collezione formata da Maria Adriana Prolo e quella raccolta dai fratelli inglesi John e William Barnes.

La collezione Prolo
La collezione Prolo prende vita nel 1942, poco tempo dopo la nascita del Museo. I primi materiali comprati furono due lanterne magiche: a puro titolo di curiosità, la prima fu acquistata per sole 15 lire al Balôn, il mercato delle pulci di Torino, e la seconda venduta da un privato con i relativi vetri da proiezione, “12 diapositive movimentate”, per ben 1.300 lire! Da questo momento in avanti l’interesse verso queste macchine cresce sempre di più. La raccolta di lanterne magiche si arricchisce di rari esemplari, talvolta addirittura unici; come nel caso di una lanterna magica della seconda metà del Settecento, proveniente da una famiglia patrizia veronese e corredata da 46 vetri coevi dipinti a olio, caratterizzati da un’inconsueta qualità pittorica. Ancor più preziosa diventerà la raccolta di scatole ottiche e mondi niovi del settecento. Tra le più importanti sul piano internazionale, essa comprende infatti il mondo niovo che Maria Adriana Prolo acquistò nel 1950 a Venezia, presso l’antiquario Riccardo Asta, facendo la sua “prima grande follia” che le costò 257.000 lire e la costrinse a chiedere un prestito alla Banca d’Italia. Oggi questo splendido esemplare rappresenta uno dei più preziosi mondi niovi che si conoscano per l’eccezionale fattura che lo caratterizza. Affianca la raccolta di scatole ottiche e mondi niovi un nucleo di 500 vedute ottiche, la maggior parte delle quali sono lavorate in modo da restituire un ”effetto notte” e un “effetto giorno” dell’immagine raffigurata.

La collezione Barnes
Con l’acquisizione nel 1994 della prestigiosa collezione dei fratelli inglesi John e William Barnes, il Museo Nazionale del Cinema ha rafforzando il proprio primato nel campo del pre-cinema. Tale acquisizione ha consentito di incrementare la già ricca collezione con materiali di provenienza prevalentemente inglese.
In particolare, la raccolta di lanterne magiche e vetri da proiezione si è arricchita di molti altri importanti esemplari, che comprendono, tra l’altro, una serie di lanterne “Bull’s eye” della fine del ‘700, alcuni modelli del noto costruttore Philip Carpenter e l’importante serie di vetri dedicata all’esplorazione dell’Artico dipinta da C.W. Collins per la Royal Polytechnic Institution, uno dei templi ottocenteschi della proiezione.
Il patrimonio del Museo è stato inoltre integrato da un prezioso fondo di dispositivi che riproducono l’illusione del movimento a partire da una sequenza di immagini statiche che comprende, tra l’altro, le prime serie di dischi per fenachistiscopio e differenti esemplari di zootropio.

Cinema
La collezione di macchine e accessori cinematografici è formata principalmente da raccolte di cineprese, proiettori e attrezzature da laboratorio che consentono di realizzare un film e di proiettarlo sullo schermo di una sala cinematografica. La collezione documenta la storia dell’evoluzione tecnica della cinematografia, anche se presenta una prevalenza di materiali che testimoniano lo sviluppo dell’industria cinematografica del periodo muto, in particolare torinese. Vi sono infatti macchine da ripresa e attrezzature per la lavorazione della pellicola prodotte da case cinematografiche torinesi quali l’Itala, l’Ambrosio, la Zollinger o la Pozzo & Manina. Tra queste, alcune apparecchiature rimandano a tecniche oramai desuete; come nel caso della macchina per colorare i film costruita da Segundo de Chomón quando ancora non esisteva la pellicola a colori. A testimonianza della cinematografia nazionale e d’oltralpe di quegli stessi anni, c’è poi l’importante raccolta che Maria Adriana Prolo acquisì agli inizi degli anni Sessanta dai collaboratori di Roberto Troncone, pioniere della cinematografia napoletana. 
La serie di proiettori 35 mm della cosiddetta “linea azzurra” realizzata dalla Microtecnica di Torino offre un’immagine tra le più simboliche delle sale cinematografiche italiane nel periodo in cui il cinema sonoro aveva avuto ormai il sopravvento sul cinema muto.
Parallelamente alla raccolta di apparecchi e di attrezzature tecniche utilizzate nel corso degli anni in ambito professionale, c’è anche un’apprezzata raccolta di macchine per film a “formato ridotto” che documentano lo sviluppo eccezionale del cinema amatoriale, a partire dall’epoca in cui Vittorio Calcina - operatore torinese dei fratelli Lumière – inventa il sistema CineParvus per ottenere la riduzione della pellicola 35 mm a pellicola 17.5 mm.

Fotografia
La ricca collezione di macchine fotografiche, ingranditori, visori e accessori per la fotografia (tabelle con i tempi di posa, carte e lastre fotografiche vergini, bacinelle e pinze per lo sviluppo, scatti flessibili, telai e via dicendo) documenta la nascita della fotografia e il suo sviluppo. Alcuni di questi esemplari hanno storie curiose: è il caso di un raro esemplare di “carriola fotografica” usata nella seconda metà dell’Ottocento dai fotografi itineranti che utilizzarono questa sorta di atelier-laboratorio come camera oscura e per il trasporto dell’ingombrante attrezzatura necessaria alla ripresa fotografica. L’esemplare del Museo, esposto alla Mole Antonelliana, fu ritrovato da Maria Adriana Prolo in una cascina della Val Pellice, temporaneamente adibito dal contadino a pollaio. Tra i materiali più importanti vi sono alcune preziose testimonianze sui primi esperimenti torinesi della Dagherrotipia, l’invenzione che decretò la nascita ufficiale della fotografia e che a Torino ebbe i suoi più illustri rappresentanti nel costruttore Enrico Federico Jest e nel figlio Carlo.
Altri modelli di pregio testimoniano l’ardita inventiva pionieristica di quei tempi: è il caso della macchina fotografica per la ripresa e lo sviluppo immediato realizzata dal francese Dubroni intorno al 1860, o di una curiosa macchina ideata dall’ottico parigino Hermagis, che poteva essere smontata e riposta in una comoda custodia da portare a tracolla durante le escursioni, o ancora, non ultima, della macchina realizzata nel 1890 dall’ottico e fotomeccanico torinese Bardelli, una “superleggera” (almeno per l’epoca) destinata alle escursioni alpine che, accessori compresi, pesa meno di tre kg. Non mancano poi gli eleganti esemplari di fabbricazione inglese, tra i quali spiccano la Thornton-Pìckard, una serie di belle e voluminose camere da terrazza e altri numerosissimi modelli di macchine fotografiche a soffietto, testimoni di un’epoca in cui la fotografia incomincia ad essere il custode dei ricordi famigliari, della vita sociale e del tempo. Va ricordata infine la preziosa raccolta di macchine fotografiche stereoscopiche e di stereovisori che raccontano l’avventura di uno dei grandi sogni concretizzati nei primi decenni dell’Ottocento: la ricerca della terza dimensione.

Riproduzione Sonora
Una variegata miscellanea di apparecchi rappresenta il mondo del suono a partire dalle origini per arrivare fino alla metà del XX secolo: grammofoni, fonografi, giradischi, scatole musicali, radio, pianole, un organo, amplificatori, microfoni, magnetofoni, casse acustiche, bobine e rulli per la registrazione. Nonostante il fascino esercitato dai grammofoni o dalle radio d’epoca, nonostante i ricordi che suscitano i giradischi, tra tutti va citato il pezzo storicamente più interessante: il dittafono di Edison, l’ediphone, antenato dei moderni registratori.
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Raffaella Isoardi
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